Ganzirri, il Peloro e lo Stretto di Messina
Il sito della riviera Nord di Messina, da Paradiso a Rodia

Ganzirri, Torre Faro, Capo Peloro: splendide località turistiche situate nella cuspide nord-orientale della Sicilia, dove sembra lentamente riemergere dalle acque la lunga catena appenninica. E’ un luogo di grande fascino, sempre immerso in una straordinaria luce. Confusa fra terra e acque, con i singolari laghetti di Ganzirri, la sua estremità individua la linea di demarcazione fra Tirreno e Ionio, vicinissima alla costa calabra e caratterizzata dall’alto metallico traliccio, entrato a far parte del paesaggio. Due litorali ne definiscono i margini, il primo sulle rive dello Stretto dove si allunga l’abitato di Messina, l’altro, a nord, presenta le spiagge più densamente popolate d’estate. Sui colli, vecchi casali conservano talvolta inimmaginati tesori d’arte.

SACRALITA’ DELL’ACQUA E SACRILEGIO DEI PONTI di Sergio Todesco
Articolo pubblicato online il 2 ottobre 2007
Ultima modifica il 6 ottobre 2007
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Traggo spunto dal titolo (e dai contenuti) di uno splendido libro di Anita Seppilli, antropologa e storica delle religioni del tutto anomala nel non sempre esaltante panorama accademico italiano, per svolgere alcune considerazioni sul tema dell’attraversamento degli stretti: tema quanto mai attuale per la città di Messina, in cui esiste una "Società Ponte sullo Stretto" (o comunque essa si chiami) che da alcuni decenni studia ed elabora. Cosa studia ed elabora questo sodalizio? Studia ed elabora progetti di fattibilità di un megaponte sullo stretto di Messina, in grado di collegare l’intera Europa (e quindi l’intera cultura europeo-occidentale, come la chiamava Ernesto de Martino) alla Sicilia, che gli Europei se li è visti arrivare un po’ tutti attraverso i secoli, feroci invasori o tiranni ma, per fortuna, quasi sempre finiti con l’essere "addomesticati" da quello straordinario popolo che è il popolo siciliano (o almeno che straordinario lo era, prima dell’avvento di Garibaldi e di Bixio, di Lima, di Gullotti e di Cuffaro).

Nello stretto dei Dardanelli, il Bosforo, un ponte collega la Turchia europea a quella asiatica: in pratica, due continenti. Attraverso questo ponte transitano quotidianamente circa quattro milioni di persone. Attraverso il ponte sullo stretto di Messina, che Edoardo Boner chiamava "il Bosforo d’Italia" , transiterebbero alcune centinaia di camionisti e alcune centinaia di turisti cui la nuova struttura risparmierebbe in tal modo la pena di attraversare una città disastrata come la nostra, posto che il Ponte (la cui realizzazione -ci dicono gli ometti che lo vogliono- giova a imprimere un’accelerata alle nostre "magnifiche sorti e progressive" ) finirebbe in realtà col rendere Messina ancor più marginale, periferica e ininfluente.

Credete nei miti ? Io no, ma i nostri "padri fondatori" greci e latini ci credevano. Per loro, ad esempio, ogni discontinuità tra una terra e l’altra era carica di sacralità. Ritenevano infatti che se due territori si trovavano separati dall’acqua, certo al volere di un dio fosse da ascrivere una tale condizione. Perciò l’attraversamento degli stretti veniva da essi percepito come un atto oltremodo rischioso, e di ciò troviamo traccia nelle avventure degli Argonauti e in quelle di Odisseo, i primi impegnati nel passaggio del tratto di mare delimitato dalle Simplegadi, le rocce cozzanti tra loro, il secondo che si azzarda a transitare tra i due mostri Scilla e Cariddi

(e sappiamo bene come andò a finire all’empio, mentre gli Argonauti, che consigliati da Atena avevano accortamente compiuto un sacrificio prima della prova, scamparono ai gorghi del Bosforo). Anche l’Ulisse dantesco sconta la sua "hybris" di aver varcato le colonne d’Ercole con la morte per acqua che lo sommerge e gli toglie l’esistenza.

L’origine di queste credenze è forse da ricondurre agli svariati quanto universali archetipi psichici relativi al trauma della nascita, a ben vedere il primo dei "passaggi pericolosi" e degli "attraversamenti dello stretto" che il genere umano sperimenta e che esso ha perciò in qualche modo sedimentato, una generazione dopo l’altra, nel proprio patrimonio genetico.

Oltrepassare gli stretti fu dunque ritenuto atto di sfida, al contempo pericoloso e sacrilego; ma ancora più rischioso e ancora più empio venne reputato unire le due sponde di uno stretto con un ponte; qui il sacrilegio toccava il suo culmine, giacché esso non si esauriva in un’azione limitata nel tempo come l’attraversamento di un braccio di mare, ma poneva in essere una struttura di congiungimento destinata a durare, e quindi a perseverare nell’atto sacrilego codificandone la "normalità". Il "pontifex" (facitore di ponti) doveva avere, per usare un linguaggio impertinente, due palle così per fare onestamente il proprio lavoro, perché ogni ponte era in qualche misura una sorta di varco tra il qui e l’altrove, e come tale esso non era previsto come manufatto "normale" in un mondo ordinato, sconvolgendone l’armonia. Così, una serie sterminata di leggende ha come motivo principale quello del "ponte pericoloso", che si spalanca a precipitare negli abissi gli indegni che lo attraversano, potente metafora di come le torri di Babele che l’uomo costruisce siano destinate prima o poi a crollare (con conseguente confusione delle lingue).

L’umile estensore di questa nota ha già rivelato di non credere ai miti, non almeno alla stessa maniera in cui ci credettero quegli straordinari fabulatori dei nostri antenati in civiltà. Crede però che tutti i miti, sotto tutte le latitudini, siano tremendamente importanti per capire qualcosa in più sull’uomo, sulla sua storia, sulla sua presenza nel mondo. Crede inoltre, per rimanere al tema degli stretti, che su quello di Messina si stia perpetrando un sacrilegio grosso come una casa.

Forse nessuna divinità si prenderà la briga di atterrire e atterrare gli empi che hanno ardito concepire il ponte sullo stretto, questa mostruosità che fa a pugni con l’ecologia, l’economia, la qualità della vita e tante altre cose belle e buone. E’ auspicabile tuttavia che in questo nostro distratto paese almeno la comunità civile si faccia carico di giudicare l’arroganza dei nuovi sacrileghi con la severità che essa merita. Del resto, segnali d’insofferenza, fino a qualche tempo fa manifestati nel chiuso di piccoli gruppi e conventicole, hanno travalicato tali angusti confini e sono oggi trasmessi da una porzione non banale di cittadini. Avete visto l’ultimo raduno no-ponte? Una legione intelligente, pacifica, ordinata, gioiosa, le cui democratiche performances stupiscono, irritano e impauriscono i sepolcri imbiancati che nel chiuso delle segreterie e degli uffici lavorano al sacco di Messina.

Vogliamo forse fare una rivoluzione? Ci apprestiamo a erigere barricate (come alcuni hanno forse già agognato nel caso del tram, quella mostruosità che un pugno di affaristi ha forzatamente "donato" alla città)?

Ma quando mai, fratelli! Siamo no-global e non-violenti. Crediamo piuttosto, e speriamo, che il buon senso e un disgusto per l’esistente che ha ormai varcato ogni limite, come un fiume in piena, in modo civile e composto ma fermo e intransigente, spazzi via per sempre le scorie di un ceto, trasversalmente connotato e perciò tanto più anodino, che ha precipitato questa città, un tempo bella ricca e gloriosa, agli ultimi posti di tutte le classifiche.

SERGIO TODESCO

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