Ganzirri, il Peloro e lo Stretto di Messina
Il sito della riviera Nord di Messina, da Paradiso a Rodia

Ganzirri, Torre Faro, Capo Peloro: splendide località turistiche situate nella cuspide nord-orientale della Sicilia, dove sembra lentamente riemergere dalle acque la lunga catena appenninica. E’ un luogo di grande fascino, sempre immerso in una straordinaria luce. Confusa fra terra e acque, con i singolari laghetti di Ganzirri, la sua estremità individua la linea di demarcazione fra Tirreno e Ionio, vicinissima alla costa calabra e caratterizzata dall’alto metallico traliccio, entrato a far parte del paesaggio. Due litorali ne definiscono i margini, il primo sulle rive dello Stretto dove si allunga l’abitato di Messina, l’altro, a nord, presenta le spiagge più densamente popolate d’estate. Sui colli, vecchi casali conservano talvolta inimmaginati tesori d’arte.

Pescespada
Articolo pubblicato online il 7 agosto 2007
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Chiamato Xiphias dai Greci e Xiphias gladius dai Latini, il pesce spada è uno dei più grandi pesci ossei tanto che l’esemplare adulto raggiunge mediamente la lunghezza di 3 metri ed un peso vicino al quintale. Gli studi scientifici sul suo accrescimento non sono ancora riusciti ad accertare in quanti anni l’animale raggiunga il peso medio di un adulto; ma è opinione diffusa tra gli ittiologi che siano necessari tra gli otto e i dieci anni.

Ha caratteristiche fisiche notevoli, tali da sollecitare la fantasia popolare: non ha denti, ma sulla mascella superiore una ruvida lama ossea lunga circa un terzo del suo corpo; è un nuotatore formidabile che può inabissarsi in pochi secondi fino a 700 metri per risalire altrettanto rapidamente in superficie, senza risentire del mutamento della pressione batimetrica; vive in acque temperate ma in mare aperto, a circa 150 metri dalle coste, alle quali - soprattutto a quelle dello Stretto di Messina - si avvicina solo durante il periodo degli accoppiamenti, tra aprile ed agosto. La femmina, una volta all’anno, libera in acqua circa 800.000 uova, sferiche e trasparenti, di un millimetro e mezzo di diametro, che, per il loro peso specifico, flottano a 10-20 cm dalla superficie del mare. La sopravvivenza delle uova, e successivamente delle larve, si può calcolare nell’ordine dell’uno-due per cento, in rapporto alla voracità dei pesci e degli uccelli marini, all’incidenza dell’inquinamento e delle condizioni stagionali. Da una coppia di pesci spada possono quindi nascere dagli 8.000 ai 16.000 spadini (puddicinedda) dei quali non tutti superano l’età giovanile per effetto della indiscriminata pesca con le reti e coi palamiti e dell’insidia degli squali. Non vive in branco, ma in coppia e la leggenda che decanta la fedeltà del maschio per la sua compagna che segue anche se ferita (e per questo suo attaccamento finisce spesso per essere anche lui catturato) deriva dal fatto che la femmina ferita rilascia in acqua i feromoni del richiamo sessuale.

Battagliero ed intrepido, il pesce spada insegue la preda e la inghiotte solo dopo averla stordita con un fendente della sua arma; contro gli squali, i tonni e la barca che lo insegue si slancia invece colpendo con la punta della spada, che rimane talvolta infissa nel bersaglio. La forza, il coraggio, la monogamia, lo hanno reso, per le popolazioni che vivono nella zona dello Stretto di Messina, un animale quasi leggendario, simbolo di potenza e di rettitudine, avversario degno di una lotta alla pari con l’uomo, antropomorfizzato nei suoi sentimenti e dunque degno di una sfida, quella tradizionale della pesca con la feluca, in cui uomo e bestia si confrontano in una lotta epica, nella quale vincitori e vinti hanno comunque l’onore delle armi.

Canzoni, miti, racconti domestici inneggiano al coraggio del pesce spada ed in essi la grandezza dell’avversario dà dimensioni eroiche all’umile pescatore che rischia la vita per catturarlo. Ovviamente, l’avanzare delle tecnologie, la necessità di una pesca intensiva, la richiesta del mercato hanno modificato il modello tradizionale di questa naumachia che ormai si svolge, volgarmente, come una strage in cui pesce e uomo hanno perduto ogni dignità individuale. Ma proprio perché, almeno nell’immaginario collettivo degli abitanti dell’area dello Stretto, il pesce spada ha ancora il ruolo di avversario alla pari, come in una contesa cavalleresca, questa pesca tradizionale, che risale all’epoca della dominazione araba, continua ad essere praticata. È utile accennare alla particolare attrezzatura utilizzata e al modo, quasi un rituale, in cui si svolge la pesca. Il ferru, fiocina destinata al pesce spada, è costituito da un puntale metallico con quattro alette, incardinate sull’asse centrale, capaci di trattenere saldamente l’arpione nella carne tenera. L’arpione, tuttora fabbricato solo da alcuni anziani artigiani locali, è incastrato all’estremità di un’asta di legno lunga più di quattro metri e legato alla feluca con una lunga sagola, chiamata prutisi, di quercia o di guaiaco (legno santo) che si stacca dall’alloggio dei puntali dopo aver colpito la preda. Il rito dell’avvistamento dall’alto dell’albero, della caccia e della cattura, delegato alla vista, alla perspicacia ed al tempismo dell’uomo, costituisce uno spettacolo unico, fatto di finte, di agguati, di attese che appassionano chi, anche da terra, può seguirne le fasi tra luglio e agosto.

La pesca del pesce spada a Messina è un’arte antichissima, tramandata di padre in figlio, che si pratica nelle acque dello Stretto, dai primi di maggio alla fine di agosto, da oltre duemila anni.
Ogni anno, all’inizio della stagione di pesca, i pescatori erano soliti sorteggiare tra loro le "poste", che venivano cambiate ogni settimana perché nessuno si avvantaggiasse di una posizione favorevole. Per la caccia al pesce spada, un ruolo determinante era affidato a u lanzaturi (il lanciatore), la cui bravura, però, era subordinata alla qualità du ferru (del ferro, cioè dell’asta con l’arpione).

L’arpione veniva forgiato secondo canoni trasmessi di generazione in generazione da pochi, valenti mastri firrara (fabbri ferrai).
Uno di questi era mastru Ninu Puglisi, che aveva bottega nel Villaggio S. Agata. Egli batteva il ferro e forgiava gli arpioni in completa solitudine, senza mai rivelare a nessuno i segreti della sua arte che, ormai, riposano con lui. Tutti i capi barca facevano a gara per potere utilizzare i suoi arpioni in cambio di una parte del pesce catturato.

Alla fine della campagna di pesca, tutti i ferri venivano riconsegnati al fabbro, che curava la loro manutenzione sostituendo le parti usurate.
Anticamente, è fino agli anni Cinquanta, la pesca del pesce spada si praticava con due barche: una feluca, con un albero centrale alto 20 metri (a ’ntinna) sulla cui sommità prendeva posto un osservatore (u ’ntinneri), ed una barca lunga 6 metri e larga 1,65 chiamata luntro, munita di un piccolo albero alto tre metri. L’equipaggio del luntro era costituito da cinque rematori su quattro remi, un osservatore e un lanciatore, posizionato a prua, a cui era affidato il compito di catturare il pesce, una volta avvistato.

La barca, costruita in legno molto leggero, sotto la spinta dei vogatori diventava velocissima. Il pagamento dell’equipaggio, secondo un’antica usanza, veniva calcolato in base al pesce pescato che veniva suddiviso in percentuali diverse tra tutti quelli che avevano preso parte alla battuta dì pesca. Una quota, corrispondente alla quarantesima parte del pescato, veniva assegnata alla Chiesa.

Oggi, metodi moderni e mezzi più efficienti hanno stravolto questa millenaria tradizione; gli arpioni e gli altri attrezzi vengono acquistati nei negozi specializzati. Tuttavia, questo particolare ed articolato sistema di pagamento è rimasto pressoché, identico.

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