Ganzirri, il Peloro e lo Stretto di Messina
Il sito della riviera Nord di Messina, da Paradiso a Rodia

Ganzirri, Torre Faro, Capo Peloro: splendide località turistiche situate nella cuspide nord-orientale della Sicilia, dove sembra lentamente riemergere dalle acque la lunga catena appenninica. E’ un luogo di grande fascino, sempre immerso in una straordinaria luce. Confusa fra terra e acque, con i singolari laghetti di Ganzirri, la sua estremità individua la linea di demarcazione fra Tirreno e Ionio, vicinissima alla costa calabra e caratterizzata dall’alto metallico traliccio, entrato a far parte del paesaggio. Due litorali ne definiscono i margini, il primo sulle rive dello Stretto dove si allunga l’abitato di Messina, l’altro, a nord, presenta le spiagge più densamente popolate d’estate. Sui colli, vecchi casali conservano talvolta inimmaginati tesori d’arte.

I laghi di Ganzirri e Torre Faro
Articolo pubblicato online il 5 agosto 2007
Ultima modifica il 8 ottobre 2007
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Premessa

Con il provvedimento declaratorio n. 1342/88 del 19.07.’88 i due laghi ubicati nel territorio comunale di Messina, denominati "di Ganzirri" o "Pantano Grande" e "del Faro" o "Pantano piccolo" , individuati catastalmente al foglio di mappa 47, part.lla 496 ed al foglio di mappa 45, part.lle 838 (all. A) e 839 (all. B) del Comune di Messina, di proprietà del Demanio dello Stato- Ramo Marina Mercantile, sono stati dichiarati beni d’interesse etno-antropologico particolarmente importante ai sensi e per gli effetti del combinato disposto di cui agli artt. 1 e 4 della legge 1.6.1939 n. 1089 (ora artt. 1, 2 e 5 del T.U. approvato con D. Lgs. 29 ottobre 1999 n. 490) e art. 2 della L.R. 1.8.1977 n. 80, in quanto sedi di attività lavorative e produttive tradizionali connesse alla molluschicultura (mitilicultura e tellinicultura) che rappresentano nel loro complesso un prezioso esotratto della cultura tradizionale nella provincia e nel territorio della città di Messina.

In forza di tale provvedimento i due specchi lacustri, e le attività tradizionali che in essi si esercitano, sono considerati beni etno-antropologici dei quali occorre assicurare la tutela al fine di garantire l’identità e la memoria storica di un’attività che da circa tre secoli ha connotato l’economia e la cultura della zona di Capo Peloro.

E’ stato pertanto fatto divieto di deturpare o modificare l’assetto delle zone lacustri con installazioni ed attività di qualsiasi genere senza l’autorizzazione prescritta dall’art. 11 della citata legge 1089/39. E’ stato fatto comunque obbligo, ai proprietari dei beni (leggi Capitaneria di Porto) ed a chiunque ne abbia il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo, di sottoporre alla competente Soprintendenza i progetti di eventuali opere che intendessero eseguire nelle aree tutelate, al fine di ottenere la preventiva autorizzazione. Soltanto nei casi di assoluta urgenza è stata riconosciuta la possibilità di eseguire lavori provvisori indispensabili per evitare danni materiali alle aree sottoposte a tutela, purché ne venisse data immediata comunicazione alla Soprintendenza competente, alla quale avrebbero dovuto essere tempestivamente trasmessi i progetti definitivi per la relativa approvazione. Con il provvedimento testé citato l’attività tradizionale della molluschicultura è stata dunque riconosciuta bene etno-antropologico da tutelare e di cui assicurare il mantenimento con le caratteristiche e le modalità che ne connotano l’assetto tradizionale, ancorché tale attività sia stata in alcuni periodi (attualmente, nel lago di Ganzirri) inibita e vietata dalle autorità competenti per motivi igienico-sanitari; il provvedimento di tutela, pur prendendo atto di tale situazione di degrado, sottolinea che tale divieto (di esercizio della molluschicultura) può comunque essere ragionevolmente considerato temporaneo, in quanto con mutate e migliori condizioni igienico-sanitarie dei laghi (.....) l’attività della molluschicultura appare come l’unica compatibile con l’ecosistema che nei laghi si rappresenta...

Notizie storiche e geo-morfologiche

Il lago di Ganzirri, distante circa 9 Km. dal centro di Messina, presenta le seguenti caratteristiche geo-morfologiche: altitudine a livello del mare; superficie mq. 338.400, forma allungata nel senso S.O.-N.E. con asse maggiore misurante mt. 1670 ca., larghezza massima mt. 282 minima mt. 94, profondità massima mt. 6,50, quantità d’acqua raccolta circa 1.000.000 metri cubi.

Il toponimo Ganzirri deriva probabilmente dall’arabo Gadir (stagno, palude). Tale etimo appare verosimile, dato che nell’antichità l’intera zona dei laghi era paludosa, e solo con i primi stanziamenti e la creazione di nuclei abitativi stabili si determinò una progressiva bonifica del territorio.

Il livello del lago non è stabile; esso infatti s’innalza con la cosiddetta "inchitura" , sensibilmente parallela alla fase della corrente montante dello stretto, e si deprime invece con la "mancatura" o "secchezza" , pure parallela alla fase della corrente scendente dello stretto.

Le acque del lago sono in comunicazione con il mare adiacente per mezzo di canali, alcuni fatti costruire dagli Inglesi intorno al 1830, il primo dei quali, il canale Catuso, è coperto e si trova situato nella zona sud del lago, mentre il secondo, denominato Carmine o Due Torri, è scoperto e si trova quasi al confine nord del lago; un terzo canale, scavato in contrada Margi, collega il lago di Ganzirri con quello di Faro.

Il lago di Faro (Lago Piccolo) è più ridotto ed è situato più a nord rispetto a quello di Ganzirri o Lago Grande; esso si trova cioè più vicino al Capo Peloro; quest’ultimo sarebbe stato in origine fortificato dagli Zanclei, antichi abitatori di Messina, e dotato di un faro a fiaccole (fani) che serviva da guida notturna per i naviganti.

Il toponimo di Faro potrebbe trovare qui una sua spiegazione; già nel 1543 Francesco Maurolico denominava gli abitanti della zona come "abitanti sotto il nome del Faro" . D’altra parte Domenico Puzzolo Sigillo (1927) ritenne di poter attribuire l’origine del toponimo alla parola pòros, passaggio (cfr. Bosforo), stretto di mare, che dunque si riferiva all’intero tratto costiero messinese antistante la Calabria e, in senso proprio, al tratto di mare che separa le due terre.

Il lago presenta i seguenti tratti geo-morfologici: altitudine a livello del mare, superficie mq 263.600, forma quasi circolare col diametro maggiore nel senso N.O.-S.E. di mt. 660 ca., profondità massima mt. 28, quantità d’acqua raccolta 2.500.000 metri cubi, più alta rispetto al lago di Ganzirri per la maggior profondità.

Il lago comunica con il Mar Tirreno attraverso il "Canale degli Inglesi" e con lo stretto di Messina attraverso il cosiddetto "Canale Faro" o "Canalone" .

In passato i laghi sarebbero stati tre, come asseriscono, tra gli altri, Diodoro Siculo e Solino, e come dopo essi sostennero parecchi autori, da Cluverio a La Farina.

Il terzo lago, situato tra i due laghi di Ganzirri e del Faro e denominato "Margi" , o "Marga" o "Maggi" , costituiva una palude pestifera più che un vero e proprio specchio d’acqua, al centro della quale secondo gli antichi sorgeva una postazione sacra dedicata al dio Nettuno, poi inabissatasi per sconvolgimenti tellurici.

Non si hanno dati storici attendibili riguardanti la fondazione dei due villaggi di Ganzirri e di Faro. Da una notizia riportata da Caio Domenico Gallo nei suoi "Annali" si desume che il villaggio di Faro esistesse già nel 1500. L’impianto di un agglomerato stabile di persone sulla riviera nord di Messina, a causa delle non infrequenti incursioni piratesche e della difficoltà di difendere le coste, deve risalire a pochi secoli or sono, e non è pertanto improbabile che i primi nuclei dei due villaggi consistessero in strutture di tipo lavorativo-produttivo (piccoli cantieri navali, magazzini per la salagione del pescato etc.) piuttosto che di tipo abitativo-residenziale.

Francesco Maurolico spiega la formazione dei nuclei urbani in prossimità del Capo Peloro con la prospettiva di un sicuro guadagno per mezzo dello sfruttamento dei laghi, o delle vicine saline. Pare verosimile che i primi stanziamenti consistessero in miseri abituri sparsi nelle campagne circostanti i due laghi, come emerge da una cronaca del terremoto del 1783 riportata negli "Annali" di Gaetano Oliva (1892).

Vicende sulla controversia relativa all’attribuzione del diritto di proprietà sui Laghi

Varie e complesse sono le vicende concernenti il diritto di proprietà sui laghi. Essi, come laghi salmastri, fanno parte del Demanio dello Stato (ramo marittimo), ma gli abitanti dei due villaggi vantano un diritto di molluschicultura, ad essi spettante per antica consuetudine.

Il Re delle Due Sicilie infatti, fin dal 1791, concesse gratuitamente il diritto privato di pesca al barone Giuseppe Gregorio, il quale si obbligò di tenere limpida l’acqua dei laghi, ripulendola delle erbe che la rendevano limacciosa. In seguito a tale concessione, nel 1800 il barone Gregorio chiese ed ottenne il permesso di costruire un canale di comunicazione del lago di Ganzirri col mare, per aumentare il prodotto della pesca e migliorare le condizioni igieniche dei laghi.

Il canale, completato nel 1807, venne chiamato dai locali col nome di "Catuso" . La concessione gratuita fu trasformata più tardi (1807) in enfiteusi, sempre a favore del barone Gregorio, con un canone annuo di tre onze; il barone assunse gli obblighi di continuare le opere relative al canale, di purgare a proprie spese il lago grande, di non pescare nei modi proibiti dalla Deputazione della Salute, di immettere nei laghi nuovi semi per l’aumento delle pescagioni, impiegando per tutte queste opere gli abitanti dei due villaggi, ai quali veniva accordata la terza parte di tutto il pescato.

Essendo venuto meno l’enfiteuta ad alcuni degli obblighi assunti, il Regio Erario, con atti che vanno dal 1826 al 1839, intentò causa agli eredi Gregorio per farli decadere dall’enfiteusi. Ma prima che fossero eseguite le perizie sullo stato dei luoghi, gli eredi Gregorio provvidero a pulire e risanare i laghi ed i canali, tanto che il Tribunale, con sentenza definitiva pubblicata nel 1839, rigettò le richieste del Regio Erario confermando l’enfiteusi.

Certamente, nel periodo che va dal 1807 al 1839 furono costruiti gli altri canali di comunicazione, quello tra i due laghi (1810) e gli altri di comunicazione con il mare.

Nel 1839 gli eredi Gregorio sbarrarono il canale di comunicazione fra i due laghi con un reticolato di ferro a piccole maglie, iniziativa questa nociva alla salute pubblica in quanto venivano con ciò trattenute le alghe e le erbe galleggianti che imputridivano, e impedivano al contempo il transito di imbarcazioni da un lago all’altro.

Per tali motivi, su protesta del popolo, la grata fu eliminata con ordinanza dell’Intendente in data 19 settembre 1840. I rapporti tra enfiteuta e locali divennero peraltro sempre più tesi e raggiunsero il culmine allorché l’enfiteuta pretese che i cocciolari togliessero le proprie barche dal lago e non coltivassero più le cocciole; benché le autorità avessero emesso alcune ordinanze con le quali si riconosceva e si rafforzava il diritto dei pescatori, il concessionario, citati in giudizio alcuni di questi ultimi, ebbe sentenza favorevole (dicembre 1843).

Le autorità cittadine, interessate ai reclami dei pescatori, minacciarono di elevare conflitto amministrativo per incompetenza al Tribunale. Tale questione rimase insoluta fino al 1850, allorquando gli eredi Gregorio richiamarono il giudizio contro alcuni miseri pescatori, escludendone altri dalla citazione poiché questi ultimi potevano pagare loro una tangente di 24 tarì e venivano quindi autorizzati a mantenere le proprie barche nei laghi. Il Tribunale, ritenendo la propria competenza nel dibattito, condannò sedici pescatori a sgomberare i laghi. I pescatori condannati fecero però ricorso alla Gran Corte Civile di Palermo la quale, con sentenza del 19 agosto 1853 decreta "... che trattandosi di gente povera, la quale merita tutta l’agevolazione e la commiserazione del R. Governo, possa loro concedersi la franchigia delle spese giudiziarie e raccomanda al Regio Procuratore Generale, presso la Gran Corte Civile, che nei termini di giustizia sostenga i diritti di siffatta povera gente" .

Le liti e le controversie proseguirono per oltre un trentennio, fin quando, per il mancato pagamento della quota fondiaria da parte degli eredi Gregorio e su istanza della vedova del debitore Antonio Gregorio, il Tribunale con sentenza del 28 novembre 1878 autorizzò la vendita dei laghi ai pubblici incanti al prezzo peritale di £ 54.275,90 lorde del tributo fondiario; risultò aggiudicatario della vendita il Sig. Luigi Pirandello che rimase possessore del diritto di pesca.

Le controversie sulla reale proprietà degli appezzamenti e sulla natura giuridica dei luoghi (demanio pubblico, la cui titolarità è stata avanzata alla fine degli anni ’20, ovvero patrimoniale) sono proseguite lungo l’intero XX secolo e fino ad oggi, costituendo di fatto un nodo inestricabile. Attualmente il lago di Ganzirri e quello di Faro sono divisi in circa 900 appezzamenti e su di essi vantano diritti circa 200 proprietari. Gli appezzamenti, regolarmente catastali, sono stati nel corso degli anni acquistati, venduti, ereditati etc., ad onta delle rivendicazioni di demanialità avanzate dalla Capitaneria di Porto.

L’unico dato concreto e sociologicamente significativo che emerge dall’intera questione pare essere la realtà di un’attività produttiva plurisecolare che ha costituito il principale mezzo di sostentamento per svariate generazioni di locali, i quali, prescindendo dalla normativa giuridica mai rivelatasi univoca e trasparente nella definizione delle annose controversie, appaiono gli unici legittimi depositari delle sorti dei due laghi, avendo in un certo senso fatto sempre organicamente parte dell’ecosistema che nei laghi si rappresenta.

L’attività lavorativa e produttiva tradizionale denominata mitilicultura, che ha sempre visto nei locali i suoi storici portatori, si presenta dunque come prezioso e per certi versi unico estratto del territorio posto a nord di Messina, in prossimità dello Stretto, in quanto attorno a tale attività si son venuti stratificando, nel corso delle generazioni, usi e costumi, consuetudini e rituali, tecniche ergologiche e abilità manuali, tutto quanto insomma in un’accezione antropologica viene definito "cultura" .

Molluschicultura. Cicli produttivi e strumenti di lavoro

L’attività tradizionale della coltivazione di mitili va ritenuta un bene etno-antropologico (ancorché "volatile" ) di rilevante pregnanza, in quanto documento prezioso di contesti socio-economici e lavorativi che hanno per lungo tempo segnato la fisionomia della Sicilia.

Con il termine generico di molluschicultura si indicano in questa sede le due distinte attività della mitilicultura (la coltivazione del Gallo provincialis, volgarmente chiamato cozza) e la tellinicultura (la coltivazione delle telline o vongole, chiamate dai locali cocciole, delle quali esistono nei laghi quattro specie principali: la Tapes decussatus, o còcciola masculina o ad occhi o vongola verace, la Cardium edule o còcciola rizza, la Tapes laetus o còcciola fimminedda e la Lucina lactea o còcciola padella). Del tutto scomparsa è invece la coltivazione delle ostriche (Ostrea edulis) fiorente fino alla fine del sec. XIX.

Da un’indagine condotta sul campo è emerso che nella cultura locale dei molluschicultori si ritiene che delle due attività la prima ad apparire in ordine cronologico sia stata quella il cui esercizio richiedeva un minore intervento della mano umana; è in effetti plausibile che i primi molluschicultori siano stati i cocciolari, la cui attività veniva così descritta da uno zoologo ottocentesco:

"La coltivazione delle cocciole si fa (...) nello stagno di Ganzirri, ma anche in quello del Faro, ed è molto semplice. Si cercano (nel Pantano grande e nel piccolo) le piccole cocciole che madre Natura fa liberamente nascere nel fondo; ciò si fa col raschiare il fondo stesso (stando nella barca o sui bassi fondi) per una grossezza di 5 o 10 centimetri con un sacco di fitta rete, detto coppo, il quale è apposto ad un telaio di ferro armato di denti nel lato che serve a raschiare, ed è, mercé il telaio, innestato ad angolo retto in cima ad una pertica lunga circa 4 metri; catturate le piccole cocciole, separatele dai vari detriti incongrui e del fango, e messane insieme una certa quantità, vengono da ognuno dei cocciolari seminate in una data area, o propria o presasi dal fondo comune, che viene delimitata con un fragile recinto di cannuzze impiantate nella sabbia; là i piccoli bivalvi vengono lasciati crescere e tutta la fatica del coltivatore consiste nel tenere pulito il fondo della sua area, e talvolta, come dicono, nel migliorarlo, aggiungendo sabbia presa da terra e, contro il volere dei proprietari e degli appaltatori d’acqua, sostituendo bassi fondi e montagnole. Una volta le cocciole arrivate al voluto grado di accrescimento vengono vendute" .

Dalla distaccata seppur vivace descrizione del cronista ottocentesco non traspare certo ciò che ancora oggi è dato riscontrare a chi si accosti al mondo dei cocciolari: un legame quasi organico con i laghi e con gli esseri viventi che li abitano, nonché la tenace convinzione di aiutare quasi, attraverso la propria attività, la natura a giungere a compimento.

Tale atteggiamento emerge nettamente nelle interviste fatte ad alcuni informatori, dalle quali si scorge come tutto il ciclo di coltivazione della vongola, da quando essa nasce nei bassi fondali "per emissione di semenza" a quando viene raccolta, selezionata, ripulita dai parassiti, riportata in acque più profonde, e quindi di nuovo spostata, protetta dal caldo eccessivo così come dall’eccessivo freddo: l’intero ciclo insomma, della durata di circa due anni per la completa maturazione di alcune specie, nonché presentarsi come mera somma di procedimenti miranti alla raccolta di un bene disponibile in natura, si configuri piuttosto come operazione culturalmente orientata, con i propri riti e le proprie simbologie, in un continuo rapporto dialettico con l’ambiente, che si giunge a "dominare" solo attraverso continui atti di obbedienza. Per valutare tale carattere del ciclo, valutabile attraverso i tempi lunghi delle sedimentazioni culturali, si consideri ad esempio che la costruzione di una montagnola giungeva a richiedere l’impegno lavorativo di due generazioni. Nell’immaginario dei molluschicultori il lago assume, in tale contesto, le medesime valenze che la terra possiede per i contadini.

L’atro grande troncone di attività, quello della mitilicultura, forse il più caratterizzante, nonostante la crisi attuale, l’economia del territorio nonché quello maggiormente incardinato nella rappresentazione "pittoresca" che dei laghi si è storicamente offerta, necessita di una descrizione accurata.

Le prime cozze nacquero spontaneamente sui pali di castagno che venivano conficcati sui fondali del lago grande per delimitare, entro la sua superficie, le zone di pesca e i singoli appezzamenti. Una volta empiricamente appreso il ciclo di crescita di questi frutti di mare che, a differenza delle vongole, possono esser mangiati crudi, si giunse a predisporre i collettori artificiali.

Il ciclo, della durata di quasi due anni, inizia in ottobre, allorquando nelle cozze adulte compaiono due o più striature in corrispondenza della parte centrale della valva. I molluschicultori sanno allora che la cozza "sta mollando" , espelle cioè i prodotti sessuali necessari alla sua riproduzione.

"La cozza è come la donna, essi dicono, che ha rotto le acque ed è pronta a partorire" . Tale "espulsione di lattime" avviene negli ultimi giorni di ottobre o nei primi giorni di novembre, nel periodo che essi chiamano "la prima luna dei morti" .

Intanto, nel lago piccolo, si è provveduto a stendere orizzontalmente nelle acque, a pochi centimetri dalla loro superficie, delle corde vegetali dette libàni, lunghe dai 25 ai 30 metri e legate ciascuna all’estremità superiore di cinque o sei pali verticalmente conficcati sul fondo e posti alla distanza di circa cinque metri l’uno dall’altro. Tali libàni, per lo più paralleli e distanti tra loro quasi un metro, servono per l’attacco di piccoli fasci formati da radici di canne, o di pezzi di sughero tenuti insieme da frammenti di rete, o di altro analogo prodotto di bricolage naturale. I fascetti vengono inseriti tra i capi stessi della corda, a una distanza di circa 30 centimetri l’uno dall’altro e quivi, quasi a pelo d’acqua, essi fungono da collettori, in cui va ad attaccarsi il "lattime" fecondato. Si predispone insomma una sorta di utero naturale in cui la larva di cozza possa impiantarsi e crescere nei suoi primi giorni di vita.

Il piccolo mitilo comincia a scorgersi a occhio nudo dopo circa due mesi, in gennaio. L’avviso viene dato dai cefali che salgono a galla per succhiare il "lattime" di cui essi sono golosi. La vista di branchi di cefali vicini alle corde è interpretato come segno che "nascéru i cozzi" .

Queste si presentano come puntini che da bianchi si fanno via via turchini e poi violacei, blu, neri; in aprile hanno già le dimensioni di una grossa lenticchia. Esse vengono allora trasportate dal lago piccolo, più profondo e freddo, a quello grande, dalla temperatura più mite. Si tolgono dunque dal "Pantanello" le corde con i fascetti e, all’aperto sulla riva, si liberano dalle cannucce e dalle corde stesse i piccoli mitili che, in gran parte, rimangono aderenti tra loro, per il bisso secreto, in piccoli gruppi. Si ripuliscono quindi dai corpi estranei organici e inorganici che vi insistono sopra (soprattutto dai "denti di cane" , i cosiddetti balàni, parassiti della cozza) e vengono posti su di un setaccio galleggiante, "’u tilaru" e collocati a pochi centimetri sotto il pelo dell’acqua. Nel "tilaru" le cozze si attaccano l’una all’altra finendo col costituire una sorta di pasta compatta. Tale impasto viene quindi diviso in tocchetti che si inseriscono in una "pruvulara" , rete cubiforme vegetale o di nylon, con un procedimento simile a quello adottato per il riempimento dei budelli di salsiccia. I bastoni cubiformi così ottenuti, costituiti da ammassi di piccole cozze, vengono appesi nel vivaio naturale del lago, nei libàni stesi tra un palo e l’altro.

Dopo circa venti giorni le cozze si proiettano all’esterno, finendo col coprire la "pruvulara" che rimane all’interno, a mò di corona circolare. Esse hanno ormai assunto il noto aspetto grappoliforme, quello dei cosiddetti "stralli" .

Nel mese di giugno gli stralli vengono ricondotti nel lago piccolo, più profondo e fresco e pertanto in grado di fornire maggiore ossigeno, perché essi vengano tenuti lontani dall’attacco dei balàni. Qui devono trascorrere l’intera estate. In settembre gli stralli vengono "ristrallati" , essi vengono cioè "spennati" e si procede alla raccolta delle "mezze cozze" , giunte a un certo grado di maturazione, risistemando le più piccole sull’intelaiatura. I nuovi stralli vengono quindi riportati al "Pantanello" , dove trascorreranno l’inverno a basse profondità.

In aprile o maggio le cozze hanno ormai un anno e mezzo di vita e sono quasi giunte alla fine del loro ciclo di crescita. Vengono pertanto ricondotte per l’ultima volta al Pantano grande per acquistare polpa e grossezza. In giugno esse saranno pronte per la vendita.

Alcuni stralli vengono lasciati sospesi nel lago del Faro, dove giungono a maturazione più tardi e vengono quindi messe in commercio in autunno. Esse non hanno la polpa di quelle trasportate in primavera al Lago grande, ma sono in compenso rimaste più protette dai rischi di morìa determinati dall’affiorare di idrogeno solforoso, fenomeno cui spesso il lago di Ganzirri va soggetto.

In settembre esse vengono salite dal fondo e poste a circa tre metri sotto la superficie, dove raggiungono un notevole grado di sviluppo.

L’attività della molluschicultura dava, fino agli anni "˜60-"˜70, da vivere a parecchie decine di famiglie che ad essa si dedicavano a tempo pieno; per almeno mezzo migliaio di persone la molluschicultura costituiva dunque attività economica primaria di sussistenza. Le annate buone, dato che i cicli biennali si accavallavano consentendo una produzione annua, rendevano fino a mille Kg. Di vongole per montagnola e ottanta cantari di cozze per "quadrato" o appezzamento.

E’ facile misurare la distanza che ci divide dal periodo aureo della molluschicultura: i mitili oggi raggiungono dimensioni commerciabili in un periodo di circa due anni, laddove in passato erano sufficienti 12-14 mesi, dato che essi trovavano nel lago un plancton più abbondante. L’impoverimento planctonico si spiega facilmente ove si consideri che da un certo numero di anni a questa parte i due laghi sono stati usati come bacini di incontrollato deposito di mitili importati da La Spezia, Savona, Venezia, Choggia, Taranto etc. per soddisfare le richieste del mercato. Questi mitili, spesso spacciati per prodotti locali, hanno finito col depauperare i laghi delle risorse planctoniche che un tempo erano a esclusivo beneficio dei mitili d.o.c.

Questo è in effetti solo uno degli elementi di crisi della molluschicultura che si pratica nei due laghi di Messina. Un pericolo ben più grave, che rischia di cancellare completamente tale attività, con tutto il bagaglio di tecniche e di saperi tradizionali cumulatisi lungo l’arco di molte generazioni, è costituito dalla possibilità che i due laghi, peraltro riconosciuti preziosissimi biotòpi per la enorme varietà di microrganismi e di specie animali e vegetali, alcune uniche, in essi presenti, e come tali fatti oggetto di specifica tutela ambientale, oggetti di un’apposita Riserva Naturale Orientata ("Laguna di Capo Peloro" ) e soprattutto inseriti tra le aree umide mondiali protette dalla Convenzione Internazionale di Ramsar, vengano attraversati da progetti che possano determinare uno sconvolgimento della fisionomia naturale, biologica, biochimica e, per gli aspetti qui trattati, antropica del territorio di Capo Peloro e dello Stretto di Messina in generale.

Se la zona di Capo Peloro e dell’intero stretto di Messina costituisce una sorta di Genius Loci di questo angolo di mondo le cui sponde hanno visto lungo i millenni la confluenza dei popoli e delle civiltà che hanno scritto la storia del pianeta, è indubbio che di tale identità i laghi di Faro e Ganzirri rappresentino una parte non trascurabile.

La tutela dei laghi, come dell’intera area dello stretto di Messina da installazioni devastanti per impatto fisico ed ambientale, pare dunque l’unico modo per scongiurare la definitiva trasformazione di questa porzione di territorio in un non-luogo, anòdino e immemore della propria storia, come tale non più in grado di assicurare e garantire identità alcuna a chi lo abita e a quanti lo attraversano.

di Sergio Todesco

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