Ganzirri, il Peloro e lo Stretto di Messina
Il sito della riviera Nord di Messina, da Paradiso a Rodia

Ganzirri, Torre Faro, Capo Peloro: splendide località turistiche situate nella cuspide nord-orientale della Sicilia, dove sembra lentamente riemergere dalle acque la lunga catena appenninica. E’ un luogo di grande fascino, sempre immerso in una straordinaria luce. Confusa fra terra e acque, con i singolari laghetti di Ganzirri, la sua estremità individua la linea di demarcazione fra Tirreno e Ionio, vicinissima alla costa calabra e caratterizzata dall’alto metallico traliccio, entrato a far parte del paesaggio. Due litorali ne definiscono i margini, il primo sulle rive dello Stretto dove si allunga l’abitato di Messina, l’altro, a nord, presenta le spiagge più densamente popolate d’estate. Sui colli, vecchi casali conservano talvolta inimmaginati tesori d’arte.

Cariddi
Articolo pubblicato online il 8 giugno 2007
Ultima modifica il 15 giugno 2007
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Tra le molte leggende che appartengono al patrimonio culturale della primordiale Messana, detta allora Zancle, una della più belle è quella che ricorda l’esistenza di Cariddi, una mostruosa creatura della mitologia ellenica, ritenuta figlia di Poseidone e della Terra.

Secondo gli antichi poeti, passava Ercole, in quel tempo, dall’Italia alla Sicilia e conservava una mandria di buoi. Per attraversare lo Stretto gli si attaccò alle corna di un bue-guida e con esso toccò felicemente terra sulla spiaggia di Torre Faro, nella zona del Peloro. Quando anche l’ultimo bue uscì dal mare, egli contò il bestiame e con grande sorpresa si accorse che mancavano diversi capi.

Era successo, infatti che la ninfa Cariddi, una grassa fanciulla sempre affamata che viveva nelle acque dello Stretto, si era avvicinata di soppiatto alla mandria che nuotava e, mentre Ercole s’era distratto ad ammirare la riva del Peloro, gli aveva rubato una parte dei suoi capi più belli, Ercole la vide alla lontana verso l’imboccatura sud dello Stretto, mentre a quattro ganasce ingoiava l’ultimo bue rubato.

"” Oh Zeus "” allora invocò "” Oh padre mio! E tu permetti che una ninfetta famelica mi rechi disonore? Vendicami oh Zeus, o io distruggerò in questa terra ogni uomo che incontrerò!
Dall’alto dell’Olimpo scosse la testa l’infastidito Zeus.
- Ahuffa Che seccatura mi danno questi mortali. Va bene che Cariddi è stata scostumata ma tu figlio mio, potevi anche starci più attento, ai tuoi bovini. Comunque ti accontenterò -

E detto ciò battè sull’Olimpo la sua verga e il monte rimbombò come una campana di bronzo. Gli dei e le dee uscirono dalle loro stanze e accorsero al suo trono.
"” Che fu? Che fu? "” s’udì gridare da più parti.
La brutta novella corse allora tra di essi. Ermete, più di tutti la diffuse. Poi, d’improvviso, si fece silenzio e in quel silenzio s’udì tuonare la voce di Zeus.
"” Giustizia ho da fare, perciò ascoltate! Dopo essermi consultato,
documentato. . mi sono convinto che. . la piccoletta Cariddi è colpevole di... furto maldestro. Perciò io la condanno.., anzi la trasformo in un gorgo marino. Visto che ha sempre fame, si mangi le navi.., eh, eh. Ma poi... beninteso.., le rigetti! . .. Insomma, ormai ho detto.., e quel che detto, è scritto!...

E, come sempre, il grande Zeus, andò per Sanare un torto e ne creò un altro. Cariddi, infatti, tramutata in un gorgo dello Stretto di Messina, divenne pericolosa per ogni navigante. E se una nave miracolosamente riusciva a sfuggire alle latranti bocche di Scilla, subito incappava nelle fauci di Cariddi, e veniva trascinata sul fondo. Va bene che poi, per sentenza di Zeus, dopo averla ingoiata, doveva rigettarla. Ma, ahimè, nessun marinaio riuscì mai a tornare vivo a galla, dopo essere sprofondato nei vortici di Cariddi, le antiche fonti, però, non sono tutte d’accordo nell’ indicare l’ubicazione esatta di questo pericoloso gorgo. Taluni scrittori lo posero verso nord, davanti a capo Peloro, quasi di fronte all’altro affamatissimo mostro che rispondeva al nome di Scilla. Altri, invece lo collocarono all’imbocco sud dello Stretto di Messina, circa cinquecento metri dentro le acque ioniche quasi di fronte all’attuale lanterna nella penisoletta di San Ranieri.

Gli antichi scrittori, inoltre, presentavano Cariddi sotto un aspetto sinistro e tremendo. Sallustio avverte che « il mare di Cariddi è pericoloso ai naviganti». Strabone ne ricorda «l’orrenda profondità, Pomponio Mela lo definì «Charibdis mare vorticosum» e Apollonio Rodio, poeta alessandrino del Ter sec. a.C., nelle Argonautiche, scrive: «Tu ne in Carybdis ignoros sinas. Incidere, ne cunctos, absorbeat. lsidoro, nel sottolineare gli infidi agguati del mare, ammonisce che è Charybdis dicta. quod gurgitibus occultis naves, absorbeat», e lo stesso Ovidio, nelle Metamorfosi, conferma chc «laevum irrequieta Charydis infestat".
Ma, in forma più fantasiosa e ricca tu particolari, fu Omero che per primo ne raccontò il mito. Egli, anzi, lo seppe rivestire poeticamente di una credibilità molto bella, avendolo riferito alle drammatiche peregrinazioni
di Ulisse. Dopo aver spiegato che Cariddi si trova posta di fronte a Scilla, "L’una vicina
all’altra" che distano un tiro di freccia, ricorda che essa inghiotte dal mare le onde nere. Tre volte al giorno
fuori le getta, tre volte poi le
ringoia terribilmente. . E più oltre
aggiunge: «Quando vomiale come
caldaia sovresso un gran fuoco
tutta con gran turbinio gorgogliava
e su alta la schiuma! sino
all’eccelsa vetta d’entrambe le rupi
scagliava ma quando l’acque poi
salmastre di nuovo inghiottiva,
tutta al di dentro appariva sconvolta, e la roccia d’intorno levava orrendo mugghìo, la terra appariva nel fondo bruna di sabbia,. . .».

Lo stesso Virgilio cita: «. . . A destra è Scilla, ingorda alla sinistra si apre Cariddi inghiotte a furia l’onde nel suo profondo abisso. Poi a vicenda fuor le riavventa con getti che flagellano le stelle».

La leggenda del mostro durò tantissimi anni e non ci fu navigante, in passato, che attraversando lo Stretto di Messina, al ricordo del mito omerico, non abbia sentito correre per le vene almeno un brivido di orrore. Ma al a fine, il progresso e la conoscenza razionale fecero giustizia tanto del mito quanto del ricordo omerico, e cancellarono a poco a poco persino quel po’ di fascino che il surreale e l’ignoto avevano infuso nell’animo dei marinai. Ma quale è o quale è stata la causa scientifica che ha originato la leggenda del mostro? Vediamola.

Tra Punta Pezzo in Calabria e Capo Peloro o Capo Faro in Sicilia la soglia sottomarina si alza fino a raggiungere Cento metri sotto il livello del mare. Ora succede che quando nel mar Tirreno a nord, vi è alta marea a sud della soglia, nel mare Ionio c’è bassa marea e viceversa. Questo continuo alternarsi di basse ed alte maree, origina alterni flussi e riflussi d’acque dall’uno all’altro mare che generano maree dal dislivello medio
di 15-20 cm, con punte massime anche di 50 cm , in un ciclo completo di 24 ore e 50 minuti. Si creano così violenti spostamenti di masse d’acqua in senso orizzontale e rapide emersioni di acque profonde, che generano estesi e vorticosi gorghi detti refoli (garofuli). La rema montante, ovvero la corrente di flusso che dal mare Ionio va al mar Tirreno, inizia nello Stretto circa due ore dopo il passaggio della luna sul meridiano di Messina, corre ad una velocità di circa 9 Km. all’ ora ed ha una durata media di circa 6 ore. Il riflusso o rema discendente, inizia una lenta discesa verso il mare Ionio 4 ore prima di tale passaggio e genera una corrente anch’essa di circa 9 Km al minuto (max 12).

Tanto durante il dominio dell’ una e dell’altra di queste correnti, si generano lungo le due rive dello Stretto due contro correnti secondarie che formano nei seni lungo le coste predette alcuni piccoli gorghi: tre gorghi principali, veri vortici si producono lungo lo Stretto l"˜uno presso la Lanterna di Messina ove si incontrano la corrente principale con la controcorrente che esce dal porto e la controcorrente costiera; altro vortice si forma dalla Punta Pezzo in Calabria ove la corrente dominante è obbligata a ripiegare per la configurazione dello Stretto e quindi a fare resistenza alla controcorrente litoranea; un terzo vortice si forma presso la spiaggia di Ganzirri ed è di minore importanza degli altri. Il fronte della corrente è detto taglio, i fronti delle controcorrenti prendono il nome di bastardi o refoli.

Di questo fenomeno non più sovrumano ma perfettamente naturale ne parla anche il grande navigatore musulmano Ibn jùbair che nel suo libro Viaggio in Sicilia e in altri paesi del Mediterraneo così descrive il suo naufragio avvenuto nelle acque dello Stretto di Messina:
«In questo Stretto, il quale giace tra la Grande Terra e l’isola di Sicilia, la distanza tra le due coste è ridotta a sei miglia, nel punto più breve è tre. Il mare si precipita furioso in questo passo angusto e bolle come una caldaia tanta è la veemenza della pressione e della spinta. Molto difficile alle navi traversarlo.." Allora la nave di Jùbair, urtò con la chiglia contro la costa ed affondò. I naufraghi furono salvati dalle barche paesane, subito accorse.

Caduta la leggenda anche il mare pareve placarsi e i gorghi vorticosi dello Stretto di Messina, ora si formano sempre con minore frequenza. Nel linguaggio popolare, poi, Cariddi cambiò nome e divenne " u Galofuru u Calofuru", poi la somiglianza del suo ribollire e dello spumeggiare delle sue crestine d’onda con la corolla e petali di un garofano.

Visto dall’alto esso sembra ruotare in senso orario come tanti altri vortici; nello Stretto ve ne sono alcuni che girano anche in senso antiorario, secondo l’andamento del flusso correntizio.
Dì parete contrario è lo Spallanzani il quale, nella descrizionc di un suo viaggio al centro di Cariddi, sostiene che il gorgo «dai paesani è chiamato Calofaro» non dal ribollimento delle acque ma da «Kalo e Phatos» cioè «bella torre, per esister cariddi presso la Lanterna». Ed ecco la descrizione che egli ne fa:
«La barca che mi conduceva era corredata di quattro sperimentatissimi marinai che nell’accorgersi che dentro io vi entravo con qualche ribrezzo, m’incoraggiarono e mi promisero di farmi da vicinissimo vedere il Calofaro, anzi di menarmici sopra, senzacchè avessi nulla da temere. Osservato dal lido mi appariva in sembianza di un gruppo di acque tumultuanti ed a mano a mano che mi ci appressava, il gruppo diveniva più esteso, più agitato, più eminente. Fui condotto fino ai lembi ove alquanto mi fermai per farvi sopra i dovuti esami. Scopersi allora senza ombra di dubbio non esser questi altrimenti che un vortice. Fra esso circoscritto di un giro tutto al più di cento piedi e dentro quel limite non eravi cavo di sorta, non moto vertiginoso ma un incessante ribollimento di acque agitate.che scendevano e discendevano, si urtavano, si respingevano. Questi irregolari movimeniti però erano placidi in guisa che non vi era a spaventar di nulla nell’andarci sopra, siccome io feci. Solamente per la continua agitazione barcollava il mio picco legno e conveniva far uso di remi perché stesse ritto né spinto fosse fuori dal Calofaro. Alcuni corpi da me lasciati dentro cadere se erano specificatamente più gravi dell’acqua vi si tuffavano nè più ricomparivano, se più leggeri restavano a galla, ma a poco a poco l’agitazione delle acque li spingeva fuor di quel giro. M’invaghì di rintracciarne il fondo con lo scandaglio e trovai che la maggior sua profondità non andava oltre i 500 piedi. Dieppiù con meraviglia appresi che al di là del Calofaro, presso il mezzo dello Stretto, la profondità ne è doppia.»

Quindi niente mostro e adesso niente gorgo, ma un semplice incresparsi delle onde di cui non ha più paura nemmeno una barchetta.

Ma era così anche un tempo?

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Cariddi
Moshe Kahn - il 22 luglio 2014

Mi è piaciuto molto l’articolo, ma rimane un po’ nell’antico. Non dimentichiamo, invece, che in tempi moderni il grande Stefano D’Arrigo con il suo capolavoro "Horcynus Orca" ha erretto un monumento moderno di questa zona, una continuazione scritta del mito che merita di essere menzionato e raccomandato di continuo... Cordiali saluti MK, traduttore tedesco del "Horcynus Orca" che verrà pubblicato in febbraio 2015.

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